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DESIGN E DINTORNI

Osvaldo Borsani: tre letture

Una mostra impeccabile. Villa Borsani a Varedo. L’intervista a Valeria Borsani

di Marco Romanelli. Se da un lato la storia del design italiano è stata capace di celebrare i suoi eroi, dall’altro lato possiamo verificare come alcuni personaggi fondamentali siano, per diversi motivi, rimasti nell’ombra. Tra essi possiamo senz’altro annoverare Osvaldo Borsani cui aggiungere, e vedremo a  breve perché, Gino Sarfatti e Gastone Rinaldi. Cosa unisce queste tre persone oltre al fatto di aver operato all’incirca nello stesso periodo e sovente addirittura nelle stesse occasioni? Risposta assai facile nel momento in cui si completano i loro nomi con quelli delle aziende da essi fondate: Borsani e Tecno, Sarfatti e Arteluce, Rinaldi e RIMA. Ecco, quindi, apparire un’evidenza quasi lapalissiana: la storia del design italiano non è stata generosa con quei suoi figli che hanno voluto essere contemporaneamente progettisti e imprenditori, quasi che un processo di “auto-committenza” non potesse tutelare la purezza dei risultati. Se sulla figura di Rinaldi, dopo la bella mostra del 2015 a cura di Giuseppe Drago a Brescia, ancora si aspetta da parte delle istituzioni una parola definitiva, proprio la Triennale di Milano celebrò nel 2011 la figura di Sarfatti (in contemporanea all’uscita dell’opera completa di questo maestro della luce) e oggi finalmente celebra quella di Osvaldo Borsani (1911-1985). Anzi, per anticipare lo straordinario allestimento firmato da Norman Foster e Tommaso Fantoni, possiamo dire che “la trasparenza” cercata dai progettisti pare realmente risarcire Borsani relativamente a quel cono d’ombra e a quella percezione incompleta di cui abbiamo detto sopra. 

Ecco allora che, al piano terra del palazzo dell’Arte, una delle celebri curve disegnate da Muzio e usualmente mascherate negli allestimenti, viene enfatizzata, maieuticamente portata in luce: quasi la visualizzazione di un inconscio processo di riscoperta non solo del Palazzo, ma anche del designer esposto. Dall’atrio esterno infatti già si percepisce gran parte della mostra, “semplice ed efficace come un Sol Lewitt”, ha scritto Alessandro Colombo sul Giornale dell’Architettura, e in effetti così è: all’ingresso un “castello” di cubi bianchi trasparenti accoglie il visitatore e annuncia la filosofia dell’esposizione che propone appunto, nel lato concavo del percorso, una struttura su più livelli destinata ai pezzi originali e, sul prospiciente lato convesso, una ricca “quadreria”.  Arredi e disegni afferenti a un lunghissimo periodo, che va dal 1925 al 1985, ci raccontano non solo il percorso, e l’evoluzione, di Osvaldo Borsani designer, ma anche le modificazioni del gusto dell’alta borghesia italiana alle prese con una transizione tutt’altro che facile dagli ultimi stili storici alla modernità. Lo stesso Borsani per molti anni costruisce oggetti di grande fascino, ma fortemente legati alla tradizione manifatturiera brianzola in stile “novecentista”. Li rivediamo in mostra, ancora prodotti dalla ABV (Atelier Borsani Varedo), provando una nostalgia gozzaniana per il loro essere legati a un’estetica “da buffet e controbuffet”. Un elemento, però, fa già intuire nell’autore la presenza di una sensibilità del tutto diversa da quella di molti suoi contemporanei: si tratta, quasi inutile sottolinearlo, della capacità di interazione con gli artisti. I pezzi di Borsani, dalla metà degli anni ‘40,  integrano e non giustappongono (si noti bene la differenza!) , placche ceramiche di Lucio Fontana, metalli di Arnaldo Pomodoro, interventi di Fausto Melotti e Roberto Crippa. E’ probabilmente questo il primo segno di quella svolta che si fa poi evidentissima con la creazione della Tecno e con la partecipazione alla X Triennale del 1954 ove, improvvisamente, compare un Borsani in toto contemporaneo anzi “futuribile”, capace di disegnare pezzi dalla iconicità assoluta come il celebre divano “ad ali mobili” D70 o la poltrona “a inclinazioni variabili” P40.  Pezzi non solo straordinari a livello di disegno, ma anche come cartina al tornasole di un mondo sociologicamente trasformato. Di lì in avanti, per molti anni ancora, il percorso di Borsani sarà assolutamente coerente e creativo (impossibile non citare l’appendiabiti a colonna AT16 del 1961, un’inedita scultura tra pavimento e soffitto, o la forza espressionistica della poltrona “Canada” del 1966) e si arricchirà di rapporti importanti, in particolar modo quello con Eugenio Gerli, ennesimo maestro dimenticato, con cui, a quattro mani, disegnerà altri pezzi superbi. 

Tornando alla mostra che, come dicevamo all’inizio, è davvero “impeccabile”, particolarmente di impatto risulta la lunghissima “parete a quadreria”, a dimostrare un enorme sforzo non solo di ricerca archivistica, ma anche di restituzione dei materiali trovati in modo comprensibile e visivamente potente. Se proprio volessimo, più che altro per non rinunciare alla funzione costruttiva della critica, portare alcune piccole osservazioni si potrebbe accennare alla difficoltà di attribuzione per i meno esperti, se non consultando il prezioso volumetto regalato all’ingresso, di alcuni pezzi non progettati da Borsani che pure compaiono nella sequenza di arredi in quanto prodotti da ABV o da Tecno e forse anche alla “chiusura” della mostra, allestitivamente “in calando”, probabilmente dovuto al fatto che nessuno vorrebbe mai “chiudere” una parabola di vita e di progetto così importante, e così efficacemente narrata.  


Osvaldo Borsani

La Triennale di Milano
Viale Emilio Alemagna, 6
Milano 


Dal 16 maggio al 16 settembre 2018

Martedì - Domenica: 10.30 - 20.30

Curatela: Norman Foster e Tommaso Fantoni
Allestimento: Norman Foster Foundation e Archivio Osvaldo Borsani
Catalogo a cura di Giampiero Bosoni (edizioni Skira)

http://www.triennale.org/mostra/osvaldo-borsani/

Osvaldo Borsani, ritratto di un padre e di un artista del progetto. Il ricordo di sua figlia Valeria.

Chi era Osvaldo Borsani? Può regalarci qualche immagine dell’uomo (come padre) e dell’architetto (come collega) che è stato per lei?
Come padre affettuosamente severo, sempre pronto a spingermi a fare delle cose, a viaggiare, a incontrare; però ogni sera voleva un aggiornamento.
Le nostre vacanze erano sempre in viaggio: lui per lavoro, noi per conoscere il mondo, soprattutto l’Europa. Le mete preferite erano da Napoli all’Olanda, Spagna, Germania, Francia.
Come architetto, è certo che mi ha instradato nella professione. Ma anche nel suo particolare modo di esercitarla, e cioè in Azienda: situazione a cavallo tra il progettista e l’imprenditore. Già prima di iniziare il Politecnico ero stata inviata in Benelux a conoscere tutti i rivenditori, e a Parigi al tavolo da disegno per due mesi, per studiare diversi progetti in via di esecuzione nella Capitale francese. Mi ha insegnato a non chiudere mai le porte, a lavorare con gli altri, a relazionarmi con tutti in maniera uguale, dal tecnico al presidente.
Questa sua visione del mondo e dei rapporti umani si manifesta chiaramente nel sistema Graphis. Esso non prevede scale di dignità e di potere, né distinzioni operate con i materiali o i colori; forse per questo rispondeva alla sensibilità dei tempi e venne venduto in milioni di esemplari nel mondo.

Osvaldo Borsani ha decisamente anticipato i tempi. Da dove nasceva questa sua spiccata capacità di immaginare oggetti e situazioni non ancora esistenti?
Era il contrario del marketing, o almeno di quel modo di progettare che poi avrebbe assunto questo nome (fino agli anni Settanta la parola non esisteva neppure). Lui voleva immaginare e suggerire ai clienti che cosa avrebbero voluto in futuro, che cosa sarebbe stato bello avere, di che cosa il mondo avrebbe avuto bisogno…

Osvaldo Borsani e il progetto. Quali erano i rapporti con le aziende e le committenze?
La committenza era importante; era in qualche modo l’ancoraggio dei suoi sogni, che lasciati a se stessi lo avrebbero forse portato più verso l’opera d’arte che verso il progetto.
Credo che molti dei mobili in mostra portino il segno di questa vocazione. La committenza invece, e soprattutto quella più consapevole, lo metteva di fronte ai problemi reali: ad  esempio il divano bifacciale D70, uno dei primi grandi ‘pezzi’ di Tecno, fu creato per arredare un elegante ma piccolo locale che aveva da una parte il focolare e dalla parte opposta la vista del Lago di Como. Ecco, una sua grande capacità era quella di astrarre, di universalizzare, di trasformare il ‘mobile su misura’ nel prodotto seriale: dal romantico salotto, il D70 è stato prodotto per i grandi spazi domestici, professionali, pubblici… E anche Nomos, l’ultimo grande progetto che Osvaldo Borsani ha seguito, nasce dall’elaborazione dei tavoli da studio che Norman Foster aveva disegnato per sé e commissionato a un artigiano.
Questo passaggio dal prodotto di circostanza al grande prodotto industriale supponeva la capacità di progettare i modi di produzione e di costituire delle imprese ‘satellitari’ che lavorassero sui grandi numeri: così la poltrona P40 e il divano D70 venivano prodotti sul Lago d’Iseo; il sistema Graphis nella provincia di Brescia; mentre Nomos era prodotto da un’azienda di Varedo.

Dai molti amici artisti alle tante opere d’arte integrate nei suoi progetti. Che cosa rappresentava l’arte per Osvaldo Borsani?
Quando osservo i suoi schizzi o gli acquerelli, mi viene da pensare che l’arte fosse la sua grande tentazione. O quanto meno un contrappeso al suo rigore ed alla sua passione per i meccanismi complessi e per le tecnologie avanzate. Anche la sua nozione dello spazio era da artista. Non poteva pensare un oggetto che non fosse in relazione con l’intero ambiente: porte, finestre, lampade, armadi, appendiabiti, librerie, quinte girevoli per interni… tutto è “terra-soffitto”.
Penso, infine, che egli abbia avuto la fortuna e la bravura di scegliere per lavorare con sé gli artisti che allora erano emergenti, e che potevano aggiungere fantasia ai suoi progetti di architettura.

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Osvaldo Borsani, La Triennale di Milano
Courtesy Archivio Osvaldo Borsani