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Il design e le donne

di Marco Romanelli. Charlotte Perriand, Eileen Gray, Aino Aalto, Ray Eames, Lina Bo Bardi, Gunnel Nyman, Nanna Ditzel, Maija Isola, Andrée Putman, Zaha Hadid, Patricia Urquiola, Johanna Grawunder, Matali Crasset, Kazuyo Komoda, le Front, Costance Guisset e, per rimanere in Italia, Gae Aulenti, Nanda Vigo, Anna Castelli Ferrieri, Cini Boeri, Antonia Astori, Afra Bianchin Scarpa, Rosanna Bianchi Piccoli, Antonia Campi, Lella Valle Vignelli, Renata Bonfanti, Franca Helg, Paola Navone, Laura De Santillana, Daniela Puppa, Marta Laudani, Luisa Bocchietto, Carlotta de Bevilacqua, Giovanna Talocci, Donata Paruccini, Raffaella Mangiarotti… Se, tutt’a un tratto, vi chiedessero cosa hanno in comune queste persone credo che nessuno di voi risponderebbe “Sono donne!”, piuttosto, correttamente, “Sono (o sono state) designer!” o, ancor meglio per molte di loro: “Sono (o sono state) maestri del design!”. Questo piccolo test iniziale è utile per affrontare un tema tanto attuale quanto spinoso ovvero in che modo la femminilità possa incidere sulla progettualità. Spinoso da ogni lato lo si affronti: i “negazionisti”, ovvero quelli che, come me, sostengono che il genere non comporti specificità a priori rispetto al progetto, vengono puntualmente accusati di parlare così in quanto designer maschi, tesi a conservare un supposto privilegio di posizione. Viceversa gli “asserzionisti” sono facilmente ridicolizzati mediante l’appello a ipotetiche “quote rose” che le aziende dovrebbero riservare alle designer donna, così come attraverso capziose questioni su “i gay (o le lesbiche) e il design”. Argomenti, come tutti quelli che cercano di definire, e quindi dividere, gli individui in base a caratteristiche quali il genere di nascita o le inclinazioni sessuali, il paese di provenienza o la religione professata, veramente pericolosi. Impossibile dimenticare che in un passato recente si riteneva che la massa celebrale diversa tra uomini e donne portasse a differenze sostanziali, di conseguenza sostenendo l’esistenza genetica di una specifica creatività femminile, maggiormente predisposta ai lavori minuti e ripetitivi (non per niente detti “femminili”), e di una specifica creatività maschile, predisponente al comando e all’invenzione. 

Certo una precisazione è fondamentale: il sostenere, come io sostengo, che non esistano differenze tra progettualità maschile e femminile è una posizione teorica che prescinde dal doveroso riconoscimento di quanto, nella storia del design italiano, i designer maschi abbiano avuto una maggiore facilità di accesso al lavoro in generale e agli incarichi di prestigio in particolare. Ciò tuttavia è imputabile alle caratteristiche di una società che non esiterei a definire arretrata e non certo a una evidenza neuro-scientifica. Si tratta quindi di una realtà contingente, modificabile con il tempo (credo che la nuova generazione di designer italiane, tra cui ricorderei Serena Confalonieri, Francesca Lanzavecchia, Chiara Moreschi, Chiara Onida, Valentina Carretta, Giorgia Zannellato, Alessandra Baldereschi, Cristina Celestino, Laura Salmistraro, Chiara Andreatti, Cristiana Giopato, Laura Fiaschi, ce lo stiano, ormai da tempo, chiaramente dimostrando) e soprattutto con la variazione d’assetto del mercato del lavoro ove si siano superate le fasi primaria  e secondaria (di evidente prevalenza maschile) e anche quella terziaria (di transizione) per giungere infine a una nuova fase, più fluida, meno stanziale, meno legata alla produzione di beni, più immateriale e concettuale. Verrebbe da dire, se non si rischiasse di cadere in uno stereotipo alla rovescia, più femminile. A dimostrare quanto i luoghi comuni siano diffusi e le insidie presenti ovunque prendiamo ad esempio, nel 2016 alla Triennale di Milano, “W:Woman in Italian design”, una mostra eccezionale per ricerca e varietà dei pezzi esposti ove tuttavia le categorie di analisi della progettualità femminile – intrecciare, procreare, proteggere – cadevano in pieno proprio in quel luogo comune che dichiaravano di combattere. Naturalmente non è ancora possibile fornire una risposta certa alle problematiche del gender, ma non possiamo non avvertire la netta sensazione che i giovani designer di oggi si stiano chiedendo, proprio in questo istante, mentre ci leggono: “perché c’è qualcuno che si pone ancora questi problemi?” e intanto continuino indifferenti a progettare, in gruppi misti oppure assieme a un socio, donna o uomo che sia, mentre un compagno maschio o alternativamente una compagna femmina li aspetta per andare a bere una birra. Insomma, credo che l’evoluzione della specie abbia cominciato, senza che noi ce ne accorgessimo, a risolvere silenziosamente la questione portando i nuovi creativi, a qualsiasi sesso essi appartengano, a rispondere con un’alzata di spalle a questo pseudo-problema.