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Trend Research: Shared House.
Co-housing

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L’emergere di nuovi modelli abitativi basati sulla condivisione e sulla co-operazione è legato sì a circostanze contingenti, come la necessità di abbattere costi e spese, ma è anche il sintomo dei cambiamenti socio-culturali che stanno rimodellando gli stili di vita contemporanei.

Sempre più persone, infatti, sono inclini a instaurare legami cosiddetti “deboli”, non di sangue – sebbene forti come o più dei legami parentali – all’interno di comunità provvisoriamente consensuali, gruppi omogenei che si fondano, si rifondano e si ricompongono al variare delle scelte esistenziali e delle fasi della vita.

Il fenomeno del Co-housing, ad esempio, vede individui o famiglie che si scelgono e insieme progettano la propria comunità residenziale decidendo cosa condividere: il micronido per i bambini, l’orto, la cucina condominiale, la piscina, il car sharing o la portineria intelligente che paga le bollette e ritira la spesa per tutti.

Altra forma di aggregazione interessante in questo panorama sono le Framily – dall’incrocio delle parole family e friend – ovvero le "famiglie per scelta", le comunità di amici di ogni età che si affiancano a quelle familiari canoniche. Vere e proprie tribù metropolitane – caratterizzate anch’esse da “liquidità” e appartenenze multiple – che si riuniscono intorno a altrettanto identitarie abitudini e ritualità.

Il tratto comune di questi comportamenti sembra essere il desiderio diffuso di una nuova coesione sociale e la ricerca, anche in ambito abitativo, del sentirsi parte di un gruppo in cui il singolo individuo possa crescere ed essere supportato, nel rispetto delle proprie caratteristiche e all’insegna di esperienze relazionalmente dense e appaganti.

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Chiamata così in omaggio alla vecchia Ho Chi Min City, la Saigon House è stata progettata da a21studio per una famiglia con sette figli e per ospitare all’occorrenza altri appartenenti al nucleo familiare. Partendo da questa articolata destinazione d’uso e dalla particolare conformazione del lotto, lungo e stretto, su cui l’edificio sorge, gli architetti l’hanno strutturata come un villaggio in miniatura che si sviluppa verticalmente.

I quattro piani dell’appartamento, infatti, sono costituiti da singoli volumi sospesi uno sopra l’altro intorno a un cortile centrale in cui cresce un albero. In pratica, le stanze dei componenti della famiglia si inerpicano le une sulle altre collegate da scalette e piattaforme quasi in un’arrampicata diagonale più che in canonici livelli e sono ognuna modellata nella forma “archetipica” di una casetta con il tetto spiovente che ne rimarca l’utilizzo individuale, mentre il piano terra diventa il “territorio comune” in cui ritrovarsi tutti insieme. 

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Un interno domestico che, seppur nelle sue dimensioni contenute, riesce ad essere una e tante case allo stesso tempo e che attraverso l’uso sapiente di trame, spessori, materiali e finiture – che passano dal grezzo al levigato – restituisce l’idea delle molteplicità che convivono all’interno di un tutto.

C’è una folta schiera di under 35 che ricerca la convenienza e il grado di socialità di un appartamento condiviso ma fatica a trovare offerte di qualità, soprattutto nelle grandi città. È proprio per rispondere a questa richiesta che nascono esperimenti residenziali e sociali come il recente Urby Staten Island.

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Il complesso abitativo – realizzato dalla società immobiliare Ironstate e dallo studio di architettura olandese Concrete sul waterfront newyorkese che guarda, appunto, Staten Island e la Statua della Libertà – è stato immaginato con una forte caratterizzazione esperienziale e comunitaria. La grande struttura comprende 900 appartamenti suddivisi in small (studio), medium (un letto) e large (due letti) ed è molto di più di una semplice soluzione abitativa.

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Integrati in essa ci sono, infatti, una serie di spazi e attrezzature che favoriscono l’interazione tra gli abitanti e promuovono il concetto di vicinato. Tanto per cominciare le residenze si sviluppano intorno a una vera e propria urban farm, curata da un farmer-in-residence, in cui si coltivano 50 specie diverse con serre e tavoli per pic-nic di gruppo. I prodotti, inoltre, riforniscono la grande cucina comune che ospita ciclicamente corsi di cucina e degustazioni con chef professionisti.

I tetti degli edifici ospitano, invece, un apiario composto di varie arnie in cui viene prodotto il miele utilizzato nella caffetteria del posto. Completano il panorama 35.000 mq di spazi commerciali, una piscina, un enorme centro fitness, giardini e cortili dotati di wi-fi e un garage per 300 auto. L’attenzione alla sostenibilità è palese non solo nell’integrazione del green ma anche nella presenza di un sistema di filtraggio dell’acqua piovana, di stazioni di ricarica per auto elettriche e spazio per 500 biciclette.

Gli appartamenti sono dotati di tutti i comfort e integrano le soluzioni tecnologiche più smart oltre a essere arredati con pezzi provenienti dai principali brand del design contemporaneo.

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L’abitare comunitario può rappresentare una valida prospettiva in cui far evolvere le residenze della terza età. Va in questa direzione Home Farm, il concept messo a punto dallo studio di architettura Spark per trasformare le case di riposo in fattorie urbane sostenibili e autosufficienti.

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L’innovativa soluzione vede la coesistenza di appartamenti e servizi per gli anziani e di spazi dedicati all’agricoltura verticale urbana. I volumi curvilinei degli alloggi, che riprendono l’orografia del terreno, sono caratterizzati da muri vegetali e tetti-giardino, ma il vero fulcro dell’intero progetto è l’orto condiviso e il sistema di allevamento ittico a cui gli ospiti possono lavorare part-time, dedicandosi – sotto la guida di un team di esperti – alle attività dell’intera filiera produttiva.