Livingscape

Trend Research: Shared House.
L’abitare condiviso

We realised there's a gap in the market for this new way of living, which we somewhat coined the name “co-living”. (James Scott, Chief Operating Officer of co-living space The Collective)


La crisi e l’avvento della sharing economy stanno incidendo in modo sostanziale sull’evoluzione dei comportamenti e degli stili di vita delle persone, in particolare quelle appartenenti alle fasce di età più giovani. I cosiddetti Millennials o rappresentanti di quella che viene definita Generazione Y, hanno incorporato concetti come quello della condivisione o quello dell’ “accesso”, immediato e senza barriere, a beni e servizi. 

TL_Shared_House_00.jpg

Nell’ambito di quella che potremmo chiamare una progressiva “uberizzazione” di tutti gli aspetti del consumo, la casa e l’abitare non fanno eccezione. Nei principali contesti urbani internazionali, infatti, stiamo assistendo alla nascita di nuove formule abitative che segnano il passaggio dall’idea del “vivere” inteso come “proprietà” a quella del “vivere” inteso come “servizio”.

I costi sempre più alti delle grandi città, i mutui che richiedono sempre maggiori garanzie, i contratti spesso poco flessibili e la generale diminuzione di risorse economiche a disposizione stanno favorendo la diffusione del modello on-demand anche in campo abitativo. Living As A Service o il suo acronimo LAAS sta proprio a significare che, alla stregua di servizi come Uber, Netflix o Kindle, alle tradizionali soluzioni dell’acquisto o dell’affitto si sta affiancando, anche per la casa, la modalità “abbonamento”.

TL_Shared_House_01.jpg

Queste nuove esigenze molto sentite da una larga fetta di popolazione stanno generando nuove tipologie residenziali dal forte carattere “socializzante” e nuovi modi condivisi di intendere l’abitazione. Sempre più persone, infatti, vivono una “adultità sospesa” più prolungata che in passato, ossia vivono più a lungo in quel lasso di tempo in cui si sperimenta la propria identità sociale, culturale e relazionale prima di portarla a compimento. Atteggiamento che si traduce nella riduzione del desiderio di impegno e di stabilità, nell’attribuzione di valore alla qualità delle esperienze più che al possesso di beni in sé e nella ricerca – anche rispetto a dove e come vivere – dello stesso livello di convenienza, comodità, flessibilità e immediatezza a cui le nuove tecnologie le hanno abituate.  

The Collective Old Oak a Londra o Common a Brooklyn sono complessi residenziali di ultima generazione che danno una risposta innovativa all’emergere di questi nuovi bisogni facendo leva su un rinnovato senso di comunità. Il loro concept si pone a metà strada tra una residenza per studenti e un hotel e permette, tramite la sottoscrizione di un canone mensile, di avere a disposizione un appartamento privato e l’accesso a spazi collettivi – area lounge e dining, cucina, giardino – oltre che a postazioni di lavoro, connessione, concierge, pulizia, servizi di sicurezza e attrezzature come cinema, spa e palestra.

TL_Shared_House_02.jpg

La convivenza si configura, quindi, come una delle principali sfide progettuali con cui architetti e interior designer dovranno misurarsi a vari livelli. Co-abitare, infatti, vuol dire che la casa tende sempre più a diventare un luogo a geometria variabile che può ospitare, al suo interno, più generazioni, diverse tipologie di famiglie o comunità che condividono pratiche, valori, interessi e scelte di vita.

Co-abitazione significa, inoltre, condividere lo spazio domestico non solo con altri esseri umani ma anche con gli animali, cani e gatti in primis, che si fanno portatori di bisogni ed esigenze specifici. Di qui i due micro-trend in cui questo macro-trend si articola: Co-housing e Pet Style.